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Doppia vita 4 - Finale
04.02.2026 |
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"Per mesi, Sergio rimase legato a un macchinario: davanti ai suoi occhi scorrevano loop infiniti di sesso maschile, mentre un apparecchio collegato ai suoi genitali inviava scariche di piacere ogni..."
Tornai nel mio attico una sera di pioggia torrenziale. Elena non era lì a ricevermi in ginocchio; era ferma in camera sua, immobile come una statua di sale. Sul mio scrittoio di ebano, spiccava una busta di carta ruvida, macchiata da quella che sembrava una vecchia impronta di lacrime secche.L'ordine era chiaro: non parlarmi se non te lo chiedo io. E lei aveva trovato l'unico modo per urlare senza emettere un suono.
Aprii la lettera. La grafia era nervosa, a tratti infantile, a tratti di una lucidità spaventosa. "Padrone," iniziava, "lei possiede il mio corpo e la mia firma, ma voglio che possieda anche il mio dolore, perché è l'unica cosa che mi è rimasta prima di lei."
Il racconto era un abisso. Elena descriveva come, fin da quando era poco più che una bambina, Sergio avesse trasformato la sua cameretta in un terreno di caccia. Descriveva il peso di quell'uomo, l'odore di tabacco e sudore, e soprattutto il silenzio di Francesca. Sua madre non era solo ignara; Elena scriveva di come Francesca, a volte, rimanesse dietro la porta socchiusa, ascoltando i gemiti soffocati della figlia senza mai intervenire, quasi traendo un piacere malato da quel sacrificio che le risparmiava le attenzioni del marito.
Poi, il colpo di grazia: "Ho registrato tutto, Padrone. Ogni singola volta. Ho installato una microcamera tra i miei peluche anni fa. Ho i video. Sono i miei trofei di guerra, o forse la mia condanna. Li trovi nel file criptato che ho caricato sul suo server. Mi sono innamorata di lei nel momento in cui mi ha chiamata in ufficio, perché nei suoi occhi ho visto un mostro più grande di quello che avevo in casa. Un mostro che poteva proteggermi distruggendomi. Sarò sempre sua. Faccia di loro ciò che vuole."
Sentii un freddo metallico scorrermi nelle vene. Non era pietà — il mio cuore non conosceva quel sentimento — era indignazione proprietaria. Qualcuno aveva osato danneggiare la mia merce prima ancora che diventasse mia. Sergio aveva rubato ciò che io avrei dovuto forgiare; Francesca aveva permesso che il mio strumento venisse incrinato.
Guardai Elena attraverso lo specchio della camera. Era nuda, pronta a tutto. "Vieni qui," ordinai, la voce ridotta a un sussurro letale.
Si trascinò ai miei piedi. Le afferrai il mento con una forza che le lasciò i segni. "Ho letto," dissi. "E ora, Elena, ti mostrerò come il tuo Padrone regola i conti con chi tocca ciò che gli appartiene."
Fu in quel preciso istante che il destino di Francesca e Sergio venne sigillato
Francesca era diventata un oggetto troppo ingombrante, una bambola difettosa che aveva esaurito la sua utilità nel mio teatro privato. Il suo desiderio di annullamento meritava una destinazione finale senza ritorno.
Organizzai un’asta privata nel sottosuolo di un vecchio teatro di posa. C’erano solo tre compratori, uomini per i quali il denaro era solo un numero e la morale un fastidio antico. Feci entrare Elena, inguainata in un osceno vestito semitrasparente e teneva al guinzaglio la madre Francesca che fu esposta su un piedistallo rotante, nuda, la pelle tirata dai chirurghi che brillava sotto i faretti. Le feci subire pratiche estreme davanti ai loro occhi: sospensioni, legature che deformavano i suoi seni siliconati, e l’uso di elettrostimolatori che la facevano sussultare come un automa rotto.
Poi dissi ai tre “La merce prima di essere acquistata va provata, non si accettano resi. Fate tutto quello che volete, da soli o in gruppo non mi interessa”
Vidi terrore negli occhi di Francesca che ricevettero da me solamente disprezzo.
I tre uomini sguainarono i loro cazzi duri e si abbatterono su di lei come delle furie. La prima classica scena con lei che succhiava i tre cazzi fino a farli diventare duri, per poi passare a scene più estreme con doppie penetrazioni anali, vaginali e addirittura tutti e tre in culo contemporaneamente. In quest’ultimo groviglio di corpi, Francesca di nuovo cercava il mio sguardo, ma io mi girai, presi per mano Elena e, facendole cadere il vestito le accarezzai la schiena e me ne andai.
Dopo tre ora di orgia il martelletto batté per l'ultima volta quando uno sceicco arabo offrì una cifra folle. "È tua," dissi, consegnandogli il guinzaglio d'oro. Francesca non pianse. Mi guardò con quell'espressione ebete mentre veniva trascinata via verso un jet privato. Di lei non si seppe più nulla; divenne un fantasma senza nome in un harem di sabbia e ferro.
Per Sergio, il destino fu più chirurgico. Non meritava la morte, ma una trasformazione che lo rendesse l'ombra di ciò che aveva sempre predato.
Lo attirammo in una trappola con la promessa di un’ultima sessione di sesso con Elena. Lo rinchiudemmo in una camera di deprivazione sensoriale, un bozzolo di silenzio assoluto dove l'unico stimolo era visivo. Per mesi, Sergio rimase legato a un macchinario: davanti ai suoi occhi scorrevano loop infiniti di sesso maschile, mentre un apparecchio collegato ai suoi genitali inviava scariche di piacere ogni volta che un membro appariva sullo schermo.
Il suo cervello, isolato dal mondo, iniziò a riscrivere le proprie sinapsi. Il dolore diventò piacere, e l'immagine maschile diventò l'unico interruttore della sua eccitazione. Per la verifica finale, mandai nella stanza tre miei fidati collaboratori. Appena entrarono nudi e con il cazzo in tiro, Sergio si buttò ai loro piedi e iniziò a succhiare quei cazzi con un’avidità mai vista, poi si girò e tutti e tre a turno lo incularono bestialmente. Elena tolse lo sguardo dallo schermo, il volto segnato dalle lacrime. “Grazie Padrone, so che non devo parlare, ma voglio dirle grazie. E ora mi dia la punizione” “Fai tu, ormai hai imparato” Mi tirò fuori il cazzo, me lo succhiò per qualche minuto e poi si impalò. Fu sesso animalesco, il primo fatto con passione. I suoi gemiti si mischiavano a quelli di Sergio e quando l’ultimo uomo si scaricò dentro il suo culo, io venni nella figa di Elena.
Sergio era una creatura nuova. Lo denunciammo anonimamente per i video che Elena aveva conservato. Quando la polizia lo prelevò, era ridotto a un relitto tremante. In prigione, il suo destino fu segnato dal suo stesso corpo: ogni volta che incrociava lo sguardo di un detenuto, il suo corpo rispondeva con un'erezione incontrollabile, condannandolo a diventare la "puttana" del braccio, proprio come lui aveva cercato di fare con gli altri.
Elena mi aspettava come al solito nuda e statuaria a centro del mio ufficio, i pochi vestiti indossati ammucchiati per terra vicino ai suoi piedi, il collare e il guinzaglio che luccicavano al sole che entrava dall’enorme finestra, era una bellissima bambola. Non era più la magazziniera insignificante, ma non era nemmeno solo una schiava. Era l'unica testimone e complice della mia ascesa. La lettera che mi aveva lasciato, con la crudele cronaca degli abusi subiti, aveva creato un legame che andava oltre il contratto di sottomissione.
"Vieni qui," dissi, sedendomi dietro la scrivania d'acciaio.
Lei si avvicinò, completamente nuda, portando con sé la nuova vita che cresceva dentro di lei. Il suo ventre, leggermente arrotondato, era marchiato dal mio logo, un contrasto violento tra la purezza della maternità e l'oscurità del nostro patto.
La sollevai sulla scrivania, tra i documenti che sancivano il potere della mia holding. Mentre la possedevo con una foga che mescolava possesso e un’inquietante forma di affetto, guardai fuori dalla vetrata. La città era nostra. Lei gemeva il mio nome, la lingua biforcuta che saettava contro il mio collo, mentre io sentivo che quel bambino non sarebbe stato un figlio, ma l'erede di un impero costruito sulla cenere della volontà altrui.
"Sarai sempre mia, Elena," sussurrai nel suo orecchio mentre mi scaricavo dentro di lei per l'ennesima volta. "Sì, Padrone," rispose lei, con un sorriso che finalmente non era più finto. Era il sorriso di chi ha trovato la pace nel cuore dell'inferno.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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